La cuspide di Francesco Lucchese domina la città e ne è diventata l’icona.

Quando vennero iniziati i lavori di costruzione Merano attraversava un periodo di sviluppo senza precedenti. Con l’ascesa dei conti di Tirolo e il loro predominio territoriale, il piccolo agglomerato di case era divenuto il principale foro commerciale della regione e si era gradualmente trasformato da borgo contadino, per lo più concentrato nella parte alta del territorio, in un impianto prettamente mercantile. Nella seconda metà del Trecento si completò l’impianto prettamente mercantile con la costruzione dei principali edifici religiosi. Nel 1260 iniziarono i lavori di costruzione della chiesa su una precedente costruzione tardoromanica e si protrassero per quasi due secoli, fino al 10 novembre 1465, quando  venne finalmente consacrata.

Esterno

Il gigantesco affresco di San Cristoforo

Sulla facciata meridionale prevale maestosa l’immagine di San Cristoforo con i piedi piantati nell’acqua, la mano saldamente avvinghiata ad un tronco con radici, sulle spalle Gesù bambino, come nella più classica delle rappresentazioni. Egli doveva rappresentare il santo che proteggeva da morte improvvisa e nelle leggende era famoso il detto popolare che ricordava al passante di osservare l’affresco di San Cristoforo per aver assicurata la salute per l’intero giorno. Da notare nell’affresco almeno due particolarità: i piedi della figura sono erroneamente posizionati rispetto alle gambe, ossia il piede destro si trova all’estremità della gamba sinistra e viceversa. Non se ne riconosce il motivo ma si tratta presumibilmente di una svista dell’artista (sconosciuto) che esegui l’opera nel 1490. Tra le gambe di San Cristoforo si nota la figura mitologica della sirena bifida, spesso rappresentata in altre chiese o cappelle dell’Alto Adige; in questo caso la sirena mostra il grembo aperto, tenuto aperto dale mani in segno di fertilità.

Sulla facciata meridionale si trova anche il portone laterale con una magnifica strombatura scanalata dove sono esposte otto statue di santi. Un battacchio, raffigurante un’aggressiva testa leonina incorniciata da foglie e grappoli d’uva, vigila sull’entrata dei fedeli, impedendo l’ingresso alle forze del male (funzione atropotopaica). Con lo stesso compito, sulla cima della torre meridionale, sono presenti dei mascheroni, che con sguardo minaccioso controllano il movimento delle persone lungo la via dei Portici alla ricerca di creature diaboliche. Sempre sullo stesso lato nel 1340 venne collocata in un’edicola la statua in pietra arenaria di San Nicolò, intento a proteggere con mano benedicente la città dai pericoli delle inondazioni del torrente Passirio, che in passato con disastrosa regolarità aveva sconvolto il territorio a sud della città e provocato centinaia di vittime. Fu per questo motivo che la chiesa venne dedicata al Santo, divenuto nel frattempo anche patron della città.

Il campanile

La torre campanaria venne edificata in quattro fasi: la parte in pietra si fa risalire alla prima metà del 1300, in contemporanea all’edificazione dell’abside gotica a cui il campanile si appoggia. Nella prima metà del XVI secolo, attorno al 1530, fu realizzato il piano delle campane con gli orologi inseriti su 3 lati, ma pochi anni dopo, nel 1545, il campanile venne di nuovo sopraelevato di un piano con l’aggiunta di altri 4 grandi orologi, di cui uno posizionato sul lato nord in modo da poter essere osservato anche dai residenti di Monte Benedetto. Nel 1618 venne edificata da parte dell’architetto Francesco Lucchese la “Copertura all’italiana” che, grazie alla maestria di una squadra di muratori bergamaschi riuscì a erigere l’elegante cuspide ottagonale senza compromettere la stabilità dellintero manufatto e a portare l’altezza del campanile a 83 metri, una delle maggiori in tutto l’Alto Adige. Alla base della torra campanaria, all’interno di un passaggio, si tyrova un meraviglioso affresco del maestro Venceslao che nel 1413 vi dipinse Giovanni de Mathá nelle vesti bianche dell’Ordine dei Trinitari intento a indicare a Felice di Valois la Croce a due tinte (blu e rosso), simbolo dell’Ordine. Entrambi sono inginocchiati in segno di devozione, mentre un cervo osserva con una certa reverenza la croce. La pittura parietale del passaggio opposta appare molto danneggiata ed è caratterizzata da due mensole in pietra raffiguranti sul lato sinistro una testa di leone e sulla destra un interessantissimo e ben conservato busto femminile incorniciato da lunghi capelli.

Interno

L’aspetto attuale si deve soprattutto alle disposizioni di Giuseppe II in materia di secolarizzazione e ai restauri fatti alla fine dell’Ottocento, che eliminarono e rinnovarono quasi completamente l’arredamento interno. Gli altari gotici furono acquistati sul mercato di antiquario nel XIX secolo. Risalgono a quel periodo le vetrate, ad eccezione di due, datate attorno al 1400 e provenienti dalla chiesa di Santo Spirito. Di particolare pregio sono la vetrata col Compianto sul Cristo morto e la serie di finestre, che riprendono la leggenda di San Nicolò. Sulla sommità dei pilastri dipartono le volte gotiche con nervature molto sottili quasi a simboleggiare la preghiera dei fedeli che con le loro braccia si congiungono in alto per raggiungere l’aldilà, il paradiso. Verso le pareti esterne le nervature si ricongiungono a semicolonne che poggiano su otto mensole, che nella parete meridionale seguono un concetto religioso, come ad esempio la figura dello Spirito Santo, mentre sulla parete opposta si richiamano al mondo fantastico, come il volto dell’”Homo selvatico” o i due irreverenti bambini chinati sulla schiena.

L’abside inclinata

Chi si pone al centro della navata e getta lo sguardo verso l’abside in stile gotico, noterà come essa sia asimmetrica rispetto alla navata centrale con un’inclinazione verso nord. Qualche storico attribuisce questa strana soluzione architettonica alla presenza di alcuni edifici troppo vicini durante la prima fase di edificazione dell’edificio, altri sostengono che si sia trattato di un errore di progettazione e altri ancora sostengono la tesi del vescovo francese Guglielmo Durante, secondo il quale si tratta di una precisa scelta architettonica non autorizzata per rappresentare la posizione del corpo crocefisso di Cristo: l’abside, costituirebbe il capo reclinato sul lato destro e la navata centrale ne rappresenterebbe il corpo. Un’asimmetria che si può ritrovare in altre chiese in Europa, ma che solo nella chiesa di Merano consente di scoprire con relativa facilità il significato nascosto della sfasatura architettonica.

La fonte battesimale

Un discorso a parte merita la fonte battesimale in marmo che si trova nella navata settentrionale, a sinistra del coro. Essa è opera relativamente recente del 1885 costruita in marmo proveniente dalla cava di Tel, la stessa che fornì la materia prima dei menhir ritrovati a Lagundo. Essa è coperta da una torretta neogotica, opera dell’artigiano Josef Wassler, di Lana che si richiamò all’iconografia medievale con la rappresentazione dell’eterna lotta tra il bene e il male, quest’ultimo raffigurato da un drago, sottomesso dalla forza di un cervo che, dopo averlo rinchiuso negli inferi, gli impedirà di arrivare alla fonte battesimale e quindi al corpo del neonato. Vinta la lotta, il cervo viene raffigurato nell’atto di abbeverarsi alla fonte della vita.