{"id":137305,"date":"2018-12-18T01:23:23","date_gmt":"2018-12-18T00:23:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tangram.it\/?page_id=137305"},"modified":"2021-10-12T18:07:24","modified_gmt":"2021-10-12T16:07:24","slug":"chiesa-san-procolo","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.tangram.it\/it\/archivio-di-storia-e-letteratura\/merano\/chiesa-san-procolo\/","title":{"rendered":"Chiesa di San Procolo"},"content":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column][vc_column_text]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;edificio \u00e8 situato in Val Venosta, nel comune di Naturno, a 15 km circa da Merano, in direzione del Passo Resia. La zona su cui sorge l\u2019antica chiesetta di san Procolo venne annessa dai Romani alla provincia Raetia e quindi romanizzata, forse fin dal I secolo d. C. Certo \u00e9 che intorno al 536 i Franchi, avanzando da occidente, occuparono anche l\u2019antica Rezia e difesero la Val Venosta dai Longobardi, che a partire dall\u2019ultimo scorcio del secolo VI d.C. pi\u00f9 volte vi penetrarono (nella lotta contro i Baiuvari che avevano varcato il Brennero). Verso l\u2019800 d. C., quando probabilmente furono eseguiti i famosi affreschi di S. Procolo, in stile pre-carolingo, la zona era ormai definitivamente soggetta l\u2019influenza dei Baiuvari e, quale contea, faceva parte dell\u2019impero Franco. Stando alle ricerche pi\u00f9 recenti, il patrono della chiesa, S. Procolo, si potrebbe identificare nell\u2019omonimo vescovo di Verona del IV secolo, tanto pi\u00f9 che la vicina chiesa parrocchiale di Naturno \u00e8 consacrata a S. Zeno, anch\u2019esso importante per la storia della citt\u00e0 scaligera. Il nome del santo protettore si era smarrito nei secoli e riapparve soltanto intorno al 1400 su un affresco esterno. Visite: da giugno a ottobre, tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 18. Da novembre a maggio la chiave pu\u00f2 essere ritirata in canonica (5 min. a piedi).<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<h4><strong>Cenni storici<\/strong><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le origini della chiesetta non sono tuttora completamente chiarite, ma \u00e8 certo che vi si pose mano in epoche diverse. Comunque non \u00e8 dimostrabile che l\u2019edificio originario coincida cronologicamente con l\u2019applicazione dei primi affreschi (per quanto lo si ritenga probabile, intorno all\u2019800). Fin dai tempi pi\u00f9 remoti, la chiesa \u00e8 cinta di un muro a pianta rettangolare costruito in pietrame da cava, il quale delimita un piccolo piazzale al cui ingresso sorge un\u2019edicola a forma di cappella, restaurata di recente, una volta probabilmente ornata di affreschi gotici (il basamento presenta una cavit\u00e0 che per molto tempo serviva per raccogliere le offerte dei fedeli). Il nucleo dell\u2019edificio \u00e8 costituito dalla piccola navata a pianta pressoch\u00e9 quadrata, i cui muri unitamente a quello maestro occidentale furono sopraelevati in epoca successiva (presumibilmente nel secolo XII o XIV), murando nel contempo la piccola finestra originaria sul lato meridionale (riaperta nel 1923 all\u2019interno: in tale occasione venne alla luce l\u2019antico portale a sud per aprire l\u2019ingresso occidentale tuttora esistente. Notevoli modifiche si apportarono anche all\u2019abside, originariamente a pianta rettangolare, incorporandovi il campanile che prima vi era semplicemente appoggiato in senso tangenziale: ne deriv\u00f2 un coro alquanto massiccio, rastremato verso l\u2019interno e delimitato in linea retta; il soffitto ligneo fu sostituito con una volta a botte, la finestra fu aperta soltanto nel 1631. Forse le summenzionate modifiche strutturali risalgono soltanto al periodo intorno al 1365 (anno in cui la chiesetta \u00e8 citata per la prima volta), quando il casato degli Annenberg, che dal 1347 possedeva anche Castel Taranto sul versante opposto della valle, scelse S. Procolo a sua ultima dimora (fino all\u2019estinzione della famiglia nel 1695). Il sepolcro era ricavato sotto il pavimento della navata. Il campanile \u00e8 di stile romanico, ma (in analogia a quelli di S. Sisinio a Lasa e di S. Giovanni a Tubre) presenta ben pochi elementi che consentano di stabilire la data della costruzione. Comunque la struttura tozza, pesante e per nulla sofisticata, con le bifore e la bassa piramide, e la mancanza di qualsiasi ulteriore elemento ornamentale inteso a snellire la struttura, in base alla comune esperienza locale ci fa pensare al secolo XII. In un secolo successivo (XVII o XVIII?) tutti gli affreschi interni furono ricoperti di tinta, per essere riscoperti solo nel 1912 da Josef Garber e Josef Weingartner. Lo strato gotico, dopo la Prima guerra mondiale, e precisamente nel 1923, fu in parte staccato sotto la direzione del sovrintendente Gerola, singole immagini furono trasferite al Museo di Merano e ultimamente esposte nel Municipio di Naturno; solo in tal modo si riusc\u00ec a riportare interamente alla luce lo strato degli affreschi pi\u00f9 antichi.<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137309&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137310&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137311&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137312&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]<\/p>\n<h4><strong>Affreschi del primo Medioevo<\/strong><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Probabilmente in origine coprivano tutte le pareti dell\u2019antico fabbricato ed erano suddivise in una zona superiore e una zona inferiore per mezzo di fasce di meandri intercalate con grande abilit\u00e0, mentre mancava qualsiasi articolazione verticale. Fatta eccezione per alcune tracce sul muro meridionale, gli affreschi della fascia inferiore sono andati completamente distrutti.Meglio conservata di tutte ed anche pi\u00f9 nota \u00e8 la fascia superiore del muro meridionale. La scena centrale, sotto un tetto a forma di trapezio, sormontato da una torretta campanaria e affiancato da strutture simili a colonne, rappresenta tre personaggi (la testa della figura centrale \u00e8 andata distrutta) intenti a calare per mezzo di corde un uomo che dall\u2019aureola riconosciamo come santo e che sta seduto su una specie di dondolo; veramente le mani dei soccorritori non impugnano nulla (per mancanza di prospettiva). Questa figura maschile che per tradizione \u00e8 denominata \u201cdondolante\u201d \u00e8 stata identificata per l\u2019apostolo Paolo che i seguaci hanno calato dalle mura di cinta di Damasco per porlo in salvo dalle persecuzioni degli ebrei. Ma di recente Otto v. Lutterotti ha dimostrato in maniera del tutto attendibile che deve trattarsi dello stesso patrono della chiesa S. Procolo, il quale, quand\u2019era vescovo di Verona, dovette egli pure aver cercato una via di salvezza simile a quella a suo tempo trovata da S. Paolo. La scena \u00e8 osservata da destra da un gruppo di sei persone scaglionate nello spazio (in primo piano tre uomini, sullo sfondo tre donne?), di cui la prima tiene in mano un bastone e la terza un libro. Un altro gruppo di persone sulla sinistra invece comprende cinque figure strette l\u2019una contro l\u2019altra (a giudicare dalle vesti dovrebbe trattarsi di donne), delle quali tre sembrano tenere in mano un libro e le altre due delle fiaccole, mentre avanzano in direzione dell\u2019altare. La scena pi\u00f9 singolare la vediamo sulla parete occidentale: in essa, che \u00e8 stata interpretata come immagine votiva (S. Procolo \u00e8 pure considerato patrono degli animali) vediamo incedere una dozzina di bovini pezzati preceduti da un cane pastore vigorosamente caratterizzato, nonch\u00e8 da due mandriani delle vesti a pieghi strette da cinture e con calzettoni; purtroppo l\u2019affresco \u00e8 stato notevolmente danneggiato in occasione dell\u2019apertura del nuovo ingresso, e inoltre sono andate perdute le testi di entrambe l e figure umane, di cui la prima regge in mano un bastone da pastore o una croce. La processione di animali sembra muoversi verso la parete nord, sulla quale ormai possiamo riconoscere soltanto i frammenti superiori di cinque figure di santi e un angelo con in mano una bacchetta. Le figure sembrano sedute e con una mano additano l\u2019altare, mentre nell\u2019altra stringono libri chiusi. Il cattivo stato di conservazione purtroppo non consente un\u2019interpretazione pi\u00f9 precisa. Qualche cenno infine alla parete orientale: mentre gli affreschi finora descritti si possono attribuire con certezza un solo autore, su questa parete forse era all\u2019opera un altro artista. Lo fa pensare innanzitutto il motivo a nastri intrecciati di carattere nordico che si alterna al meandro delle fiancate della navata, e inoltre le due figure di angeli sospesi con le aste crociate sull\u2019arco di trionfo, simbolici custodi dell\u2019altare, che con i lembi delle ampie ali sfiorano l\u2019arco di accesso al coro. Sul capo dell\u2019angelo posto a sinistra si possono riscontrare delle correzioni, cosiddetti pentimenti; il frammento di una figura incoronata con cornucopia in mano si pu\u00f2 distinguere ancora sotto la figura d\u2019angelo posta a destra, mentre l\u2019analoga illustrazione dall\u2019altro lato \u00e8 scomparsa del tutto (allegorie della terra e dell\u2019acqua?). Probabilmente anche le pareti della prima abside erano ornate di affreschi della stessa epoca. Nell\u2019imbotte dell\u2019arco di trionfo sono tuttora individuabili nove semifigure con l\u2019aureola nel solenne atteggiamento dell\u2019adorazione, sia pure rese quasi del tutto irriconoscibili dal fumo delle candele e da altri agenti. Per quanto ci troviamo di fronte a testimonianze anche notevoli del periodo gotico, \u00e8 chiaro che gli affreschi precarlongi sono di gran lunga pi\u00f9 pregevoli Possiamo trovare tuttora nel coro alcune immagini gotiche sulla parete dell\u2019arco di trionfo, sulle fiancate sopraelevate della navata nonch\u00e9 all\u2019esterno, sul muro a sud e sulla torre campanaria. I numerosi segni di piccone sugli antichi affreschi risalgono al periodo della sovrapposizione del suddetto strato gotico: le scalfitture erano intese ad assicurare l\u2019adesione del nuovo intonaco. Sulla parete posteriore dell\u2019abside, delimitata in linea retta, dopo il distacco di un crocifissione dipinta verso il 1400, venne alla luce un\u2019analoga scena di epoca anteriore coi due committenti, la quali \u2013 come il Cristo al Giudizio Universale nella volta cilindrica dell\u2019abside \u2013 rivela un\u2019origine che risale al primo periodo gotico (intorno al 1350). La superficie sovrastante l\u2019arco di trionfo presenta tre immagini di particolare interesse dal punto di vista iconografico: abbiamo in primo luogo la scena dell\u2019incoronazione di Maria da parte di Cristo, in cui una schiera di angeli tiene sollevata una tenda (motivo che in epoca pi\u00f9 recente ricorre spesso anche negli altari scolpiti in legno); vediamo poi un\u2019immagine assai intima della Madonna sul trono che allatta il Bambino, il tutto sovrastato da un arco di stile alto gotico, mentre in riquadri simmetrici d\u2019ambo i lato cori giubilati di angeli assistono alla scena. Ma soprattutto d\u00e0 nell\u2019occhio la raffigurazione del cosiddetto manto protettore, in cui vediamo Cristo e Maria avvolti in larghi manti, sotto i quali l\u2019umanit\u00e0 trova riparo dalle punizioni di Dio Padre, da questi scagliate sull\u2019umanit\u00e0 in forma di frecce che per\u00f2 rimbalzano dai manti protettori. In una fascia del muro meridionale \u00e8 tuttora conservata un\u2019Ultima Cena., nove discepoli visti di fronte a tre visti di profilo sembrano impegnati in un\u2019accesa discussione, probabilmente dopo aver appreso le parole del Maestro: \u201cUno di voi mi tradir\u00e0\u201d. Sviluppato anch\u2019esso in lunghezza e accompagnato da fregi orizzontali, troviamo sulla parete nord l\u2019ultimo tema trattato negli affreschi gotici. Osserviamo, in successione continua, i Re Magi mentre apprendono l\u2019ordine di far visita al Bambino nella mangiatoia, poi come seguono la stella, e infine in devota adorazione del Bambin Ges\u00f9. Il tipo di rappresentazione (i Tre Saggi in veste di cavalieri corazzati, di cui uno a cavallo) ricorda assai il \u201cgotico internazionale\u201d della stessa epoca, con la sua appariscente nota cortigiana. Infine alcuni cenni sul ciclo di affreschi che possiamo ammirare sul muro perimetrale a sud: su due superfici parallele suddivise in quadrilobi per mezzo di fasce decorative e mezzi busti, nella successione delle immagini vediamo sopra una interpretazione alquanto libero della Creazione del Mondo. I valori cromatici originali hanno risentito in misura piuttosto notevole della riscoperta e del restauro. Solo la monumentale immagine di S. Cristoforo sul campanile in quell\u2019occasione non fu toccata, dato che non la si riteneva degna di restauro per il precario stato di conservazione. Nella parte superiore del muro dunque riconosciamo le scene della creazione del cielo e della terra, del sole e della luna, dei pesci e delle piante, degli uccelli e degli animali terrestri, la creazione di Eva, il peccato originale e il riposo del Signore. Nella sequenza in basso vediamo le conseguenze del peccato originale: la cacciata del Paradiso, Adamo ed Eva intenti rispettivamente a zappare e a filare e costretti a faticare con l\u2019aratro e con l\u2019erpice; ma della massima importanza \u00e8 per noi la figura del vescovo seduto e benedicente, identificabile in base alla scritta, ormai di ben difficile lettura, \u201cSanctus Prockulus Episcopus\u201d. Solo in questo punto \u00e8 rimasto tramandato il nome del patrono della chiesa!<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/3&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137315&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/3&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137313&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;1\/3&#8243;][vc_single_image image=&#8221;137314&#8243; img_size=&#8221;full&#8221; alignment=&#8221;center&#8221; style=&#8221;vc_box_border&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]<\/p>\n<h4><strong>Considerazioni storico-artistiche<\/strong><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eccettuate le due raffigurazione all\u2019interno del coro, di cui abbiamo gi\u00e0 parlato, probabilmente tutti i restanti affreschi gotici risalgono allo stesso periodo, compreso fra il 1390 e il 1420 circa. Per quanto il nome dell\u2019artista non ci sia stato tramandato, il periodo in cui l\u2019opera fu creata pu\u00f2 essere stabilito in base ad un confronto stilistico con affreschi di analoga forma espressiva. Ben difficilmente si andr\u00e0 errati se si accostano i dipinti in parola a quelli realizzati da un maestro tuttora sconosciuto a S. Giorgio a Scena e a quelli del maestro Venceslao, che nel 1415 ha firmato la propria opera nella cappella del cimitero di Rifiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli affreschi gotici di S. Procolo sono interessanti in primo luogo per il loro contenuto, mentre la qualit\u00e0 dell\u2019esecuzione \u00e8 pi\u00f9 modesta. D\u2019importanza tanto maggiore, se non addirittura unici nel loro genere sono gli affreschi del primo Medio Evo, che ormai tutti considerano pre-carolingi e risalenti al periodo intorno all\u2019anno 800 d. C. Mentre i pi\u00f9 additano come matrice stilistica le miniature irlandesi ed anglosassoni (tramite S. Gallo o Salisburgo), si sono pure espresse delle opinioni (N. Rasmo) orientale pi\u00f9 verso il sud (zona di Cividale e Aquileia). Sembra anzi che siano state all\u2019opera due personalit\u00e0 diverse, di cui una avrebbe maggiormente attinto dalla scuola nordica per eseguire, con la mano del disegnatore soprattutto e in tinte fresche, gli angeli e la fascia d\u2019intrecci decorativi sul muro a est; a un altro maestro sembra dobbiamo gli affreschi della navata, dove nella fascia di meandri e nella maggiore policromia in parte addirittura sfumata rivivono i ricordi dell\u2019arte antica.<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<h4><strong>La leggenda di S. Procolo<\/strong><\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nome Procolo induce ad orientarsi a meridione, donde senz\u2019altro arriv\u00f2 la prima ondata missionaria in epoca romana pi\u00f9 avanzata. A tale proposito \u00e8 rilevante che la chiesa parrocchiale dello stesso Comune di Naturno sia consacrata a S. Zeno, vescovo di Verona morto nel 372. Ma anche a Verona, non lontano dalla famosa chiesa di S. Zeno, sorge un edificio di culto dedicato a S. Procolo. E\u2019 quindi facile concludere che quello di Naturno fosse lo stesso santo al quale \u00e8 consacrato il tempio scaligero. Nell\u2019area mediterranea si conoscono non meno di una trentina di santi che portano questo nome pressoch\u00e9 sconosciuto nell\u2019Europa settentrionale, e fra di essi anche un vescovo-martire Procolo vissuto a Verona nel quarto secolo d. C. che fu anche vescovo della citt\u00e0 e vi mor\u00ec verso la fine del secolo. Gli Acta Sanctorum dei Bollandisti (Gruppo di Lavoro per l\u2019edizione delle vite dei santi), in data 23 marzo in proposito recita:Il luogotenente romano Anulinus perseguita la giovane comunit\u00e0 cristiana e affida ai carnefici certi Firmus e Rusticus. Per timore di ulteriori persecuzioni i cristiani fuggono dalla citt\u00e0 e con essi anche il loro pastore Procolo, per rifugiarsi nei dintorni. Ma ben presto Procolo vuole ritornare a Verona a professare il proprio cristianesimo e a morire da martire assieme ai propri amici. Sennonch\u00e9 il proconsole Anulinus crede di avere a che fare con un pazzo, lo insulta e lo fa bandire da Verona. Procolo giunge in Oriente, vi esplica un\u2019attivit\u00e0 benefica, compie miracoli \u2013 in particolare fa sgorgare acqua dall\u2019arida rena a refrigerio di uomini e animali. Infine torna nella citt\u00e0 natale di Verona e vi muore quasi centenario. In analogia fuga dell\u2019apostolo Paolo dalle mura di Damasco, la fuga ossia la scena della clava negli affreschi della chiesetta di S. Procolo a Naturno pu\u00f2 essere agevolmente correlata con la vicenda occorsa al vescovo di Verona, quale \u00e8 descritta nella storia della sua vita.<\/p>\n<p>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column][vc_column_text] L&#8217;edificio \u00e8 situato in Val Venosta, nel comune di Naturno, a 15 km circa da Merano, in direzione del Passo Resia. La zona su cui sorge l\u2019antica chiesetta di san Procolo venne annessa dai Romani alla provincia Raetia e quindi romanizzata, forse fin dal I secolo d. C. 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