Il popolo che abitò nel Trentino Alto Adige nella età del ferro, identificato archeologicamente con la cultura di Fritzens-Sanzeno, è il primo di cui si hanno non solo documenti materiali, ma anche fonti scritte. Infatti storici, geografi e poeti romani e greci parlano di questa popolazione definendola "Reti". Anche se questo termine non è esatto dal punto di vista archeologico, perché, come vedremo, indica in realtà un insieme di popoli diversi, lo useremo anche noi per brevità.
Nel I secolo a.C. le informazioni si
intrecciano definendo un quadro in parte contraddittorio.
Sul monumento alla vittoria di La Turbie presso Monaco, sul quale
sono menzionate le popolazioni sottomesse con la forza dai Romani
tra il 25 e il 14/13 a.C. non è nominato il popolo dei Reti. Le
popolazioni alpine nominate come vinte sono numerose e tra queste
compaiono anche i Venostes (Val Venosta), gli
Isarci (Val Isarco o, secondo altri autori, val d'Adige
dal Burgraviato verso Sud). Da informazioni di altri autori
antichi e da iscrizioni, si possono citare altre popolazioni che
ci riguardano, ma non è possibile indicare precisamente il luogo
in cui abitavano. Tra questi vi sono anche alcuni popoli che
potrebbero aver vissuto nella nostra regione come gli
Anauni (Val di Non), i Tulliasses e i Sinduni
(forse Val di Sole o Val d'Adige tra Merano e Salorno), i
Tridentini (forse Val d'Adige tra Merano, Salorno e
Rovereto).
Caio Svetonio Tranquillo, nella sua opera "Le vite dei
dodici Cesari", descrivendo la vita di Cesare Augusto nel
volume I al capitolo 21, dice:
«Domuit autem partim ductu partim auspiciis suis Cantabriam Aquitaniam, Pannoniam, Dalmatiam cum Illyrico omni, item Raetiam et Vindelicos ac Salassos, gentes Inalpinas».
Sottomise o egli stesso o per mezzo di luogotenenti, la Cantabria, l'Aquitania, la Pannonia, la Dalmazia con tutto l'Illirico, inoltre la Rezia, i Vindelici e i Salassi, genti alpine.
Le prime notizie di questo popolo si riferiscono al suo vino. Infatti la più antica notizia indiretta sui Reti si trova in M. Porcius Cato che loda il vino retico coltivato, come si deduce da Plinio il Vecchio, nei dintorni di Verona. Anche Caio Svetonio, descrivendo le abitudini alimentari di Augusto ( op.cit. I,77) dice che:
«Et maxime delectatus est Raetico, neque temere interdiu bibit».
E particolarmente gli piaceva il vino retico, ma raramente ne beveva durante il giorno.
Abbiamo notizie su città che in qualche modo ebbero a che fare con i Reti: Como venne distrutta dai Reti , fra i quali Strabone nomina anche i Lepontii. Plinio il Vecchio menziona, oltre ad altre, anche Trento come città retica (Raetica oppida). Dalle antiche fonti storiche si deduce dunque che i Reti abitavano il territorio alpino tra il Lago Maggiore e il Piave, tra il Lago di Costanza e la Bassa Valle dell'Inn. Plinio afferma che «Raeti in multas civitates divisi» (I Reti erano divisi in molte popolazioni)
Non si può però capire da queste fonti se i
Reti fossero una confederazione di popoli di natura culturale e/o
politica oppure una comunità con lingua, cultura e/o religione
affini. Per rispondere dunque al quesito chi fossero i Reti si
possono avere indicazioni solo dagli studi linguistici e
dall'archeologia.
Riguardo all'origine dei Reti, nell'antica storiografia si trova
più volte l'indicazione che essi siano di stirpe etrusca e che
guidati, secondo la leggenda, dal loro capo Reto, si siano spinti
nelle Alpi. Tito Livio, nella sua "Storia di Roma", V,
cap.33, afferma infatti:
«Tuscorum ante Romanum imperium late terra marique opes patuere... Et in utrumque mare vergentes incoluere, prius cis Appenninum, postea trans Appenninum coloniis missis, quae trans Padum omnia loca - excepto Venetorum angulo - usque ad Alpes tenuere. Alpinis quoque ea gentibus haud dubie origo est, maxime Raetiis, quos loca ipsa efferarunt ne quid ex antiquo praeter sonum linguae nec eum incorruptum retinerent».
«Il potere degli Etruschi, prima della supremazia dei Romani, si stese largamente sulla terra e sul mare .Essi posero le loro sedi sulle regioni che si affacciano sui due mari (Tirreno ed Adriatico n.d.) , prima al di qua dellAppennino, poi, mandando al di là di esso delle colonie, occuparono tutto il territorio al di là del Po fino alle Alpi, eccetto la zona dei Veneti. Senza dubbio questa è lorigine anche delle genti alpine, specialmente dei Reti, resi così selvaggi dalla natura stessa dei luoghi che della loro origine conservarono solamente il suono della lingua e nemmeno questo incorrotto».
Più cauto, a questo proposito, è Plinio che nella sua opera Naturarum Historia (III,133) afferma: «Raetos Tuscorum prolem arbitrantur a Gallis pulsos duce Raeto» (Si ritiene che i Reti, discendenti degli Etrusch, sotto il loro capo Reto, siano stati cacciati dai Galli)
In realtà non vi sono indicazioni e prove per stabilire precisamente la loro origine. Tra le ipotesi più accettate c'è quella che li indica come un insieme di popoli autoctoni, in qualche modo simili, soprattutto per cultura e in parte per lingua (scritta). Interessante comunque è riflettere come i Romani li abbiano indicati tutti con un nome generico e li abbiano descritti secondo il loro punto di vista. Già Livio infatti li presenta come gente selvaggia e come abbiamo visto Strabone li indica come dediti al brigantaggio. Anche in Orazio troviamo delle indicazioni sui popoli delle Alpi.
«.... qaulemve laetis
caprea pascuis
intenta......
...... leonem,
dente novo peritura, vidit;
videre Raetis bella sub alpibus
Drusum gerentem Vindelici......
sed diu
lateque victrices catervae,
consiliis iuvenis revictae,
sensere quid mens ....
nutrita ..... sub penetralibus
posse....»(Odi, IV,IV: per le vittorie di Druso)
«...come una cerbiatta intenta a dolci pascoli, vede un leone e già si sente preda delle sue giovani zanne, così i Vindelici videro Druso far guerra sulle Rezie Alpi...; ma quell'orda, vincitrice sempre e dovunque, sconfitta dall'intelligenza di un giovane, conobbe quanto valesse una mente educata in una reggia». Come si vede, in quest'ode Orazio esalta la forza e l'intelligenza di Druso che ha saputo sottomettere i Vindelici, popolo delle Rezie, indicato come orda temibile. In un'altra ode ( IV,XIV: pace romana) il poeta, esaltando la pace di Augusto e le imprese di Druso, dice:
«Augustus.........
.... maxime principum
quem, legis expertes latinae,
Vindelici didicere nuper
quid Marte posses? Milite nam tuo
Drusus Genaunos, implacidus genus,
Breunosque veloces et arces
Alpibus impositas tremendis
deiecit acer, plus vice simplici;
maior Neronum mox grave proelium
commisit immanesque Raetos
auspiciis pepulit secundis,
... quantis fatigaret ruinis
..... impiger hostium
vexare turmas».
«Augusto, il più grande dei principi, che or ora i Vindelici, ignari della legge latina, hanno conosciuto come persona forte in guerra? Con le tue milizie, Druso abbattè con aspra rappresaglia i Genauni, popolo irrequieto, i Breuni veloci e le rocche poste sulle fosche Alpi; il maggiore dei Neroni fece una fierissima battaglia e, con auspici favorevoli, volse in fuga i Reti immani ... (li) incalzava con strage immensa, .... alacre a respingere le torme nemiche».
Anche in questo brano, viene esaltata la forza
e la civiltà di Roma, fondata sulle leggi, nei confronti di un
popolo selvaggio e certamente non incline a sottomettersi alla
volontà dell'imperatore. Leggendo questi versi, però, bisogna
tener sempre presente la loro funzione che è quella di esaltare
la grandezza di Augusto e del suo figliastro Druso che hanno
saputo allargare i confini dell'impero e portare ovunque la
civiltà di Roma. Per fare questo Orazio mette in massimo risalto
le opere dei Romani, sia descrivendo come feroci gli avversari, e
quindi sottometterli è stata una grande impresa, sia
sottolineando la loro inciviltà, per esaltare così ancor di
più l'importanza dell'opera civilizzatrice dell'impero.
Ma i Reti erano davvero così come venivano descritti? Solo
l'archeologia può dare una risposta, perché noi possediamo
documenti scritti solo dalla parte dei Romani, avversari di
questi popoli, ma non ne abbiamo da parte dei Reti che non ci
hanno lasciato nessuna descrizione scritta di sé stessi, ma solo
brevi iscrizioni per lo più a carattere sacro.
Ma da che cosa deriva il nome di Reti? Anche se dare una risposta certa è difficile si può supporre che esso derivi forse da quello della dea Reitia, raffigurata tra animali con un velo in testa e una chiave in mano. Nella zona di Este esisteva un santuario dedicato a questa dea, in cui arrivavano popolazioni dal Nord e quindi gli antichi, soprattutto Romani, indicarono tutti gli abitanti a Nord che abitavano sulle Alpi, col nome generico di Reti.
Utilizzando sia i documenti materiali rimasti,
sia le prime fonti scritte, si può delineare una breve storia
dei Reti.
Nel V secolo a.C. abbiamo una forte espansione della cultura
Fritzens-Sanzeno, che si estende sia verso Sud sia oltre il
Brennero, nella valle dell'Inn, con influssi che giungono fino
all'Oglio e all'Adda.
Al V secolo a.C. risalgono anche le prime iscrizioni in alfabeto
reto-etrusco, la cui introduzione è dovuta certamente ad
influssi etruschi, conseguenza dei rapporti economici e
commerciali che vi erano tra queste popolazioni, soprattutto
lungo l'asse dell'Adige.
Le invasioni celtiche del V/IV secolo a.C., che modificarono la
situazione della pianura Padana, non ebbero grande influenza sui
Reti, che imitarono alcuni loro ornamenti in bronzo e alcune
armi. Dai documenti archeologici i Reti sembrano essere una zona
con cultura aperta agli influssi sia da sud che da nord, che
però vengono assunti e rielaborati in forma autonoma.
La scomparsa di molti insediamenti nel II secolo a.C. è da
ricollegare forse alle incursioni dei Cimbri, che nel 101-102 con
un'irruzione nella val d'Adige, riescono a respingere verso il Po
le truppe del console Q.Lutezio Catulo. In seguito sono
documentati frequenti contatti tra gli insediamenti dei Reti e i
Romani, confermati da oggetti ornamentali e monete sia
repubblicane, sia imperiali.
La penetrazione economica e la pressione strategica romana
culmina nel 15 a.C. con la conquista del territorio del Trentino
Alto Adige da parte di Druso, figlio adottivo di Ottaviano
Augusto. Da questo momento la cultura Fritzens-Sanzeno decade
fino a scomparire, ad eccezione di alcuni suoi aspetti che
continueranno ad essere presenti nelle valli laterali, più
isolate.
Come in altre parti della regione, anche nella
zona di Merano, gli insediamenti dell'età del ferro e, in
particolare quelli retici, si trovano per lo più vicino al
fondovalle o a mezza costa.
La zona di Castel Juval e di Naturno ha dato reperti di ceramica,
2 macine e resti di mura di 2 case retiche, che fanno pensare che
il sito abbia continuato ad essere abitato fino a tutto il I
secolo. Lo stesso vale anche per il Burgsatllknott (Plars) con le
sue ciclopiche mura, mentre a Rifiano sono stati trovati i resti
di una casa retica con corridoio di accesso probabilmente
coperto. Sul Kronsbichl (Lagundo) sono stati trovati i resti di
mura di un edificio che comprendeva probabilmente 4 vani. A sud
della conca di Merano ricordiamo il Kobaltbühel (Foiana) con
resti di ceramica e mura di un'abitazione, S.Ippolito, con resti
di ceramica e vari oggetti in bronzo. Anche nei dintorni di
Tesimo sono stati trovati resti di abitazioni, fibule e
soprattutto un'ascia di bronzo con iscrizioni in alfabeto
di "Bolzano". In questo periodo anche la zona
di Meltina ha dato reperti interessanti, purtroppo in gran parte
perduti, che fanno pensare ad un sepolcreto.
Molto importante è una scoperta abbastanza recente in val
d'Ultimo, a S.Valpurga, dove è stata trovata una zona sacra, un
rogo votivo di cui parleremo più avanti.
Reperti singoli provengono da Tell, Lagundo, Lana e castel
Labers. Macine a tramoggia sono state trovate a Naturno, Scena e
Lana. Importanti siti da ricordare sono quelli nella val Venosta:
Tartscherbühel (Malles), Ganglegg (Sluderno), Talatsch
(Silandro), Castelbello, nella val Passiria: Stuls (Moso) mentre
nella val d'Adige rilevanti sono i ritrovamenti di Settequerce.
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Ma il
fatto più importante per quanto riguarda la storia che
stiamo raccontando è che finalmente, in questo periodo,
anche nella vera e propria conca di Merano si hanno dei
ritrovamenti importanti che indicano come in questo
periodo si possa parlare finalmente anche di stabile
popolamento di questa zona. |
La scelta della posizione degli insediamenti
stabili in area alpina è particolarmente condizionata dalle
caratteristiche del territorio. Le valli principali, rese
paludose dalle inondazioni dei fiumi, il pericolo di frane, la
necessità d'acqua e l'opportunità di rispettare i terreni
fertili destinati all'agricoltura, costrinsero l'uomo a scegliere
come sedi abitative i terrazzi, le sommità e i conoidi formati
dai torrenti laterali.
Sulla estensione e sulla struttura degli abitati sappiamo molto
poco. Le superfici per lo più ristrette delle sommità e dei
versanti vennero utilizzate nel migliore dei modi. Accanto a
fattorie isolate tipo i masi vi sono piccoli villaggi, con 5-15
edifici, e abitati più grandi con 30 e più costruzioni.

Contrariamente ad un'opinione molto diffusa,
gli insediamenti fortificati sono in numero modesto. Infatti essi
dapprima sorgevano in luoghi poco difesi e solo in seguito, a
causa soprattutto dell'avanzare dei Romani, i Reti si spostarono
in zone più difese naturalmente, e quindi più difficili da
distruggere. All'esterno o nelle vicinanze dell'insediamento si
trovavano impianti produttivi, per la lavorazione del metallo e
della ceramica.
I luoghi di culto, documentati anche nelle immediate vicinanze
degli insediamenti, nella maggior parte dei casi sono santuari
dedicati alla natura, in modo particolare i Brandopferplätze,
roghi votivi.
Nel territorio del gruppo Fritzens-S. Zeno, a partire dal VI
secolo a.C., soprattutto in val d'Adige e in val d'Isarco, è
documentato un tipo di abitazione seminterrata a uno o più vani
con cantina in muratura (muri per lo più a secco) e ingresso
talvolta ad angolo, detta appunto "casa retica". Le
stanze si trovavano nel "piano superiore" e le cantine
potevano essere utilizzate per varie funzioni: come magazzino o
laboratorio o anche stalla. In tal caso avrebbero potuto servire
anche per riscaldare le stanze che si trovavano sopra. Accanto
alle case interrate scavate in tipi di roccia meno dura, sono
documentate costruzioni di legno con basamento in pietra e
strutture di supporto. Zone ricoperte con pietre squadrate o
piani di argilla servivano da focolari. La copertura del tetto
variava a seconda delle zone: paglia, scandole o lastre di
profido. L'accesso era di solito formato da un corridoio, che
spesse volte formava un angolo retto, forse per impedire al vento
di penetrare nella casa. Legati alla costruzione della casa vi
erano anche cerimonie di culto.
Elemento fondamentale nella vita della maggior
parte della popolazione retica fu l'agricoltura. Nei campi si
raccoglievano cereali (farro orzo segale avena
miglio) e legumi (fave piselli lenticchie). Si
raccoglievano frutti selvatici come funghi, bacche, miele ed
erbe. I Reti avevano aratri con ruote e come animali da tiro si
utilizzavano bovini e probabilmente anche uomini. Nel V secolo
a.C. , nella valle dell'Adige si usavano "macine a
leva" che vennero sostituite nel I secolo a.C. dalla macina
a tornio. I cereali erano conservati in casse di legno o cesti.
Nel II e I secolo a.C. gli storici antichi affermano che il vino
retico era molto apprezzato, anche alla corte imperiale.
Vasellame in bronzo conferma l'ipotesi che fosse prodotto vino
nella zona alpina. Per la presenza tra i reperti del coltello da
vite e di alti strumenti tipici si può concludere che
probabilmente, a partire dal V sec. a.C. la vite era coltivata in
tutto il territorio sud-alpino. Tra gli animali domestici
prevalentemente c'erano piccoli ruminanti (pecora,
capra) ma anche bovini. Meno importanti erano i suini e rari i
cani e cavalli. Tra gli animali da caccia il preferito era il
cervo, per le sue corna, usate per costruire impugnature, ma la
caccia ormai è poco importante.
Passiamo ora all'artigianato, che era molto
vario e sviluppato. Un grande ruolo è assunto dalla lavorazione
del legno, usato nella costruzione delle case, delle
suppellettili domestiche e dei mezzi da trasporto. Gli oggetti di
piccole dimensioni e le impugnature vennero generalmente ricavati
dall'osso e dal corno. Nei piccoli paesi dovevano esserci stati
artigiani che lavoravano il cuoio, cordai, cestai ed
impagliatori. I numerosi telai rinvenuti nelle case sono
testimoni di un avanzato artigianato tessile. Scalpellini
produssero macine in pietra e coti per affilare. Tornitori e
vasai garantirono in officine piccole o sovraregionali la
produzione di ceramica. Lavoratori del metallo furono in grado di
imitare perfino le situle in bronzo e le brocche d'origine
mediterranea. L'alta qualità della lavorazione dei metalli si
può vedere sia nei gioielli e nelle armi che negli attrezzi e
negli strumenti in ferro. Influenze provenienti dall'area
mediterranea e dall'ambito celtico venivano accolte ed adattate
al gusto locale.
La necessità di materie prime per la produzione locale, fece
sviluppare i contatti esterni sia a nord che a sud dell'arco
alpino: in primo luogo con Celti, Etruschi, Greci e Veneti.
Nacquero anche i primi centri con diritto di tenere mercato per
il sale a Halstatt. Il "commercio" doveva essere ancora
attuato con lo scambio diretto dei beni, anche se, nel II e I
secolo a. C., monete celtiche e romane appaiono nelle Alpi.
Bestie da soma, soprattutto buoi e pochi cavalli, diventarono
oggetto di questo " commercio".
I prodotti che venivano quindi "esportati" erano:
resina, pece, fiaccole, cera, formaggio e miele, ma anche
schiavi, come dimostrano i reperti di catene da collo, vino,
lana, pelli, carne e bestiame. Tra i beni di lusso che invece
arrivavano nel territorio dei Reti vi erano: dal Mediterraneo
spezie, olio, vino, profumi, vetro, coralli, avorio, preziosi
elementi d'abbigliamento, strumenti da toiletta, candelabri e
ricercati vasi potori. Una gran parte dei beni di lusso dovette
arrivare come regalo o tributo. Oltre a tali modalità si può
pensare al servizio militare o ad altre mansioni prestate dagli
abitanti delle Alpi nell'ambiente mediterraneo, come pure a
rapporti matrimoniali.
Nell'età del ferro gli uomini portavano una
veste con cintura che si interrompeva sopra le ginocchia. Anelli
e bracciali sono rari. Spade, coltelli a pugnale e cinture con
ganci, talvolta lavorate artisticamente, potrebbero aver
acquisito anche un significato di distinzioni sociale. Gli
spilloni e più tardi le fibule, i ganci di cintura degli uomini
furono fabbricate fino al VI secolo a.C. a livello regionale
esclusivamente in ferro, il metallo più prezioso.
Le donne portavano un abito lungo fino sotto le ginocchia stretto
alla vita da una cintura. Inizialmente era fissato da due
spilloni, a partire dal XII secolo a.C. più frequentemente da
fibule, la cui forma viene assunta sia dagli Italici, sia dai
Celti. Le donne portavano anche anelli, collane, bracciali e
placchette di cinturone in bronzo. Dal III secolo a.C. grazie
all'influenza dei Celti vi sono testimonianze anche di bracciali
in vetro. Forse usavano anche un fazzoletto per la testa o una
mantellina. Scarse sono le documentazioni di "scarpe",
forse le donne indossavano stivali di pelle.
ACCESSORI DELL'ABBIGLIAMENTOIntorno al 600 a.C. la fibula sostituisce definitivamente lo spillone decorato e diventa, come fermaglio per gli abiti, l'accessorio di abbigliamento più importante di tutta la seconda età del Ferro. Essa veniva portata da sola (dagli uomini ?) in coppie o in serie più numerose (dalla donna). Le fibule servivano come oggetti ornamentali, secondo la moda dell'epoca. Esse hanno precise caratteristiche e quindi danno informazioni sui contatti culturali.E' del V-IV secolo a.C. la moda delle cinture: larghe piastre di metallo rettangolari, spesso lavorate a sbalzo, mentre ganci di cintura traforati ornavano larghe cinture in cuoio, che più tardi si fecero più strette e più semplici. Importanti ornamenti sono gli anelli e i bracciali, talvolta con estremità a testa di serpente, e anche gli uomini portavano anelli. Qualche monile aveva anche carattere di amuleto, ad esempio le perle in pasta vitrea, le spirali in bronzo e pendagli di vario tipo. |
Come durante l'antica età del bronzo, così
anche nell'età del Ferro l'armatura completa in metallo era
costituita da elmo, corazza, schinieri e scudo, ovale e ricoperto
di pelle, in combinazione con spada e lancia. Altre armi erano il
coltello a pugnale l'arco e le frecce. Tipico era l'elmo di tipo
detto Negau, utilizzato anche degli Etruschi, e l'ascia ad
alabarda. La differenza sta nel fatto che in questo periodo le
armi sono costruite in ferro. In alcune incisioni appaiono anche
carri da combattimento a 2 ruote. Con l'estensione del dominio
dei Celti, che intorno al 400 a.C. avevano occupato certe zone
dell'Italia settentrionale, i Reti ne adottarono elmo e spada di
ferro.
Dopo che i Romani nel II secolo a.C. ebbero sconfitto i Celti
insediati a nord del Po, nelle officine locali si incominciarono
a riprodurre anche armi romane, come la punta di lancia detta
pilum. Comunque come tipica arma dei Reti, descritta anche dal
poeta Orazio nel I secolo a.C., rimase l'ascia ad alabarda.
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Presso i Reti era utilizzato il rito ad
incinerazione, cioè il cadavere veniva bruciato su un rogo. Le
ceneri del defunto venivano poi poste in contenitori in ceramica,
detti urne, che erano ricoperti da ciotole o scodelle, ma anche
da recipienti e coperchi di legno o lastre di pietra. Insieme
alle ceneri del corpo veniva posto anche un corredo ed elementi
dell'abbigliamento in metallo. Gli oggetti più grandi venivano
piegati. Le tombe erano marcate sulla superficie da piccoli
tumuli o segni fatti con del legno, che erano ordinati in singoli
gruppi e che potrebbero corrispondere ai nuclei familiari. La
cremazione avveniva in base ai gruppi a cui si apparteneva, su
piani d'argilla nelle vicinanze della necropoli. Inoltre le urne
dei maschi si differenziano da quelle delle femmine e dei bambini
sia per il corredo, sia per le dimensioni.
Come corredo di solito si trova:
| PER MASCHI: | spilloni, bracciali e
rasoi; elmi, spade, pugnali, lance e schinieri compaiono ripetutamente in diverse combinazioni, ma mai tutti assieme |
| PER DONNE | fusarole, rocchetti e a
volte anche gioielli per quelle più ricche; anelli, ganci per cintura, bracciali, coltelli. |
Talvolta, ma molto raramente, ai defunti, oltre
agli accessori e ai vestiti bruciati nel rogo, venivano aggiunti
degli altri intatti. In seguito ai mutamenti avvenuti nella
Pianura Padana, aumenta in tutto il territorio alpino il numero
delle tombe con corredi relativamente ricchi, anche per tombe
femminili.
Tra le popolazioni chiamate Reti, però, i Leponzi passarono dal
rito di incenerazione a quello di inumazione.
A partire dal 600 a.C. circa per influenza
anche delle culture mediterranee, anche nella zona alpina si
incominciano a venerare divinità di forma umana.
Presso i Reti possiamo supporre l'esistenza di santuari dedicati
alla natura. A questo riguardo da sempre hanno assunto un ruolo
particolare le acque (fonti, paludi,laghi) e i monti (vette,cime,
boschi). Come in altre zone le offerte potevano essere
"distrutte" meccanicamente o dal fuoco, continuando
cioè l'uso dei roghi votivi. In tali località venne praticato
soprattutto il culto della fertilità. Veniva offerto del grano,
in boccali e in tazze, che dal V secolo a.C. avevano anche
iscrizioni votive, e anche giovani animali. In particolari
occasioni erano sacrificati perfino uomini e donne di ogni età.
Probabilmente degli animali venivano bruciate le parti povere
della carne( testa e piedi) e il pellame, mentre il resto veniva
forse mangiato in banchetti di culto, di cui potrebbero essere
testimonianza le stoviglie di vario genere ritrovate presso
questi luoghi sacrificali. Le offerte erano bruciate su cumuli di
pietre con pozzo centrale, su piattaforme o su piani argillosi.
Spilloni e altri oggetti di bronzo venivano deposti come offerte
votive e consacrati per lo più singolarmente o in gruppi in
luoghi sacri, soprattutto in montagna o nei pressi di corsi d'
acqua(i cosiddetti ripostigli). Solo dal IV a.C. si portarono
come offerte nei santuari gioielli, amuleti, utensili, armi
Le offerte votive, prima di essere bruciate, venivano talvolta
fatte a pezzi o piegate, potevano però essere deposte anche non
bruciate. Nel territorio altoatesino, ricco di luoghi di culto,
si ha l'impressione che ogni paese disponesse di particolare aree
di culto che, in punti particolari, come sulle cime di monti,
dovevano essere considerati, anche come santuari cui affluivano
persone di altre zone. Addirittura in una casa a Montesei di
Serso alcune placchette con iscrizioni in un angolo sembrano
testimoniare l'esistenza di una zona dedicata alle divinità, ma
forse tutto quell'edificio era una specie di tempio o casa sacra.
Roghi votivi erano legati anche a luoghi particolari come le
sorgenti. A S. Maurizio presso Bolzano si trovava un tale
santuario collegato probabilmente ad una fonte di acqua
solforosa, in cui sono stati trovati ben 3000 anelli di bronzo
oltre ad alcuni altri oggetti, interpretabili come offerte
votive.
Un santuario è stato scoperto anche in Val d'Ultimo, presso S.
Valpurga, utilizzato dal VI al II secolo a.C. Esso era formato da
una serie di 3 altari in pietra e da 10 piattaforme sacrificali
in argilla. Gli altari sono allineati tra loro e con il grande
circolo di pietre di 8 metri di diametro. Forse in cima al tumulo
c'era l'immagine della divinità.
Parlando delle divinità dei Reti è immediato
il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che
veniva venerata nel santuario di Baratela a Este verso Padova, un
centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo
a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al
II-III secolo d.C.
Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità,
ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti
tratti in comune con la dea greca Artemide Diana e che
sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della
guarigione e dell'al di là. Difficile dire se le figure
femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di
cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia.
Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine
siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione
per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è
epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un
sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della
dea Rezia).
A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile
ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.
Un documento di una diffusa religiosità, forse
di tipo individuale, sono le numerose figurine votive
antropomorfe che dal VI secolo a.C. appaiono nei santuari retici
come oggetti votivi, offerti alle divinità, ispirati a modelli
mediterranei .
Si esprime così un nuovo tipo di rapporto con il divino: il
desiderio di essere in contatto con la divinità in modo
personale e permanente. La stessa concezione s'intravede anche
nelle offerte votive con iscrizioni, che riportano il nome
dell'offerente. Le figurine votive, per lo più prodotte in loco,
a tutto e a mezzotondo o ritagliate da una lamina di bronzo,
rappresentano l'uomo come orante, pugile, guerriero e cavaliere.